
SARAH ARENSI
La mia ricerca artistica nasce da una certezza maturata negli anni come un respiro che si espande: l’arte è una medicina per l’anima, una soglia viva capace di trasformare, risvegliare e ricondurre l’essere umano alla radice luminosa della propria essenza. Prima ancora che gesto creativo, per me l’atto di dipingere è un’esperienza di ascolto radicale, un attraversamento interiore che permette all’invisibile di farsi forma, colore, presenza. Ogni opera è un portale: un luogo in cui la materia incontra lo spirito e la coscienza si allarga fino a diventare linguaggio. Il mio percorso – umano, spirituale e artistico – si è sviluppato come un viaggio di continua decodifica. Ho compreso presto che il mondo non si esaurisce nella sua superficie visibile e che esistono frequenze, simboli, memorie ancestrali che parlano una lingua sotterranea, primordiale. Le mie opere nascono lì, in quello spazio di soglia dove ciò che è percepibile si intreccia con ciò che è intuitivo. Quando entro nello stato creativo, non “produco” immagini: mi faccio canale. Mi lascio attraversare da codici energetici che emergono come visioni, flussi geometrici e vibrazioni di luce che cercano incarnazione. La mia pratica è profondamente rituale. Integro elementi provenienti da tradizioni sciamaniche, dalla geometria sacra, dalla meditazione e da processi cerimoniali che hanno accompagnato e plasmato il mio cammino evolutivo. La tela, per me, è un campo vivo: non un supporto inerte, ma un organismo sensibile in grado di rispondere, pulsare, dialogare. In questo campo vibratorio, forme, numeri, linee e colori emergono come architetture sottili di trasformazione. Ogni gesto del pennello diventa un atto di precisione intuitiva, un movimento che trasmette informazioni, come se l’opera prendesse forma in un linguaggio non verbale che bypassa la mente e parla direttamente al cuore energetico di chi la osserva. Nelle mie creazioni non cerco rappresentazioni, né simbolismi da interpretare. L’opera è presenza. È un essere energetico autonomo, dotato di una sua identità e di una sua intenzionalità. Il mio compito è custodirne la manifestazione, accompagnarlo nella sua nascita e lasciarlo operare. Ciò che desidero è che chi incontra un mio dipinto viva un’esperienza di risonanza, un’espansione percettiva che attivi qualcosa di intimo, non ancora visto ma profondamente riconosciuto. L’arte, per me, è un catalizzatore che permette all’anima di ricordare la propria origine creatrice. Credo profondamente che la bellezza sia una forma di guarigione. La bellezza non come estetica, ma come forza primordiale che riordina, armonizza, riconnette. Quando dipingo, non cerco l’armonia formale: cerco la verità vibratoria. Ciò che mi guida è l’intenzione di costruire un ponte tra dimensioni, di offrire allo spettatore un’esperienza che non sia puramente visiva, ma trasformativa. Ogni opera è un dispositivo vibrazionale, una trasmissione di luce composta attraverso livelli sottili di intenzione, presenza e ascolto. Il mio ruolo, in questo processo, è quello di canale. Non controllo l’immagine: la accolgo. Mi pongo come catalizzatrice tra piani energetici diversi, affinché il dipinto possa incarnare una conoscenza intuitiva, una saggezza non lineare che parla direttamente al corpo emotivo e sensoriale dell’osservatore. Il mio lavoro si radica in un approccio profondamente alchemico: trasformare, trasmutare, rendere visibile ciò che è già vivo nell’invisibile. Negli anni, ho integrato nel mio percorso discipline che hanno affinato la mia sensibilità percettiva e la mia capacità di tradurre in forma ciò che percepisco interiormente. Lo studio dei simboli antichi, la pratica meditativa, il contatto con tradizioni spirituali diverse e il lavoro sul campo dell’intuizione hanno contribuito a costruire un linguaggio artistico unico, riconoscibile e coerente. La mia arte non nasce da un metodo accademico, ma da una pratica di coscienza. Ogni ciclo pittorico è un viaggio di metamorfosi, un processo che mi chiede di attraversare nuove soglie interiori per poterle poi incarnare nella materia. Per me, creare è un atto di servizio. È un gesto d’amore rivolto alla vita, un modo per offrire allo spettatore un accesso a un luogo interiore che troppo spesso viene dimenticato. Ogni opera è una porta che si apre verso il sacro, un invito a tornare a sé, a ricordare la propria Matrice originaria, quella scintilla creatrice che abita in ciascun essere umano. Dipingere è la mia preghiera silenziosa, la mia forma di cura, il mio modo di contribuire – anche solo per un istante – alla guarigione del mondo. Attraverso il mio lavoro, desidero generare spazi di rivelazione. Offrire allo spettatore non solo un’opera da guardare, ma una esperienza da vivere, un incontro che possa lasciare una traccia, una vibrazione, un’apertura. Se un dipinto riesce a far emergere una nuova consapevolezza, un ricordo interiore, un senso di espansione o di quiete, allora la mia missione artistica si compie. La mia arte è un ponte. La mia visione, un canale. Il mio intento, una chiamata: restituire all’umanità il contatto con la propria luce, attraverso la potenza trasformativa della bellezza.















